Cara Europa ti scrivo, di Filippo Pala

Possiamo sapere chi siamo, comprenderci appieno, unicamente quando conosciamo il diverso.
L’unico modo per collocarci nel mondo come individui è conoscerne degli altri, ampliando gli orizzonti fino alle latitudini più lontane e parallelamente possiamo pensarci come società organizzata e specifica solo quando cogliamo le diversità delle altre con accurata consapevolezza.
Mi sono girato più volte verso l’Oceano e da questa costa del mondo occidentale ho potuto guardare all’Europa con un occhio diverso, più lucido e profondo. Sentendomi felicemente a pieno titolo europeo, italiano e sardo. Quando pensiamo all’Occidente del mondo ne vediamo ciecamente gli orizzonti sulla base di un certo livello di industrializzazione e grossolanamente rivolgiamo d’istinto lo sguardo ad Ovest, guardando agli Stati Uniti immaginandoli come fratelli. La stratificazione culturale che diventa civiltà è un qualcosa di impalpabile e caratterizzante delle società che va ben oltre l’omologazione dei consumi, il commercio dei beni o la condivisione delle regole democratiche.

 

Gli Stati Uniti nascono su basi culturali e filosofiche profondamente diverse da quelle che caratterizzano le nostre società europee. Oggi ci si chiede se l’Europa condivida quei valori comuni tali da poterla pensare come una futura federazione di stati oppure se è invece un collage di stati nazione perfettamente diversi. La soglia dei valori comuni è per me tale per vederci molto più uniti di quanto già siamo. E ciò non lo giustifica l’approssimazione talavolta semplificatrice che fanno gli americani delle nazioni europee vedendoci troppo spesso solamente come un tutt’uno uniforme.
A forgiare gli Stati Uniti c’è alla radice una comune visione della società che ha trovato nell’individualismo il valore più alto. Può sembrare azzardato dissentire da un assunto così formalmente alto e nobile, ma lo faccio ugualmente sperando di essere il più chiaro possibile.

 

Ciò che rende prezioso e denso significato il nostro essere prima uomini e poi fortunatamente europei è la diffusione dei frutti della rivoluzione francese. L’evolversi di un’idea di società come patto fra cittadini volto a garantire l’uguaglianza reale delle condizioni è il nostro gioiello di famiglia. E’ come la moglie o il marito che sono vicendevolmente la cosa più preziosa ed allo stesso tempo la valvola di sfogo per frustrazioni esterne. Noi europei siamo abituati a dare per scontate delle conquiste sociali che hanno tracciato fortunatamente una linea di demarcazione psicologica fra ciò che può essere sacrificato o meno. Parlo banalmente della sanità, in Italia pubblica ed alla base del nostro welfare state. Il paradigma di sviluppo della società che sto vivendo proprio ora è basato su altri fondamenti non necessariamente giusti ma che continuano ad attrarre il nostro immaginario.

 

Continuo a stupirmi ogni mattina quando, all’ingresso della metropolitana in piena zona calda nel quartiere-città di Brooklyn, vedo i soliti camioncini con tanto di tendone e banchetto. La prima volta, da lontano, ho creduto fossero venditori di una qualsiasi merce. Non mi sbagliavo, secondo il loro metro di giudizio. Si vende la sanità, ovviamente nella maniera più concorrenziale della terra per le strade di questa metropoli a stelle e strisce. Le televisioni ugualmente fanno spettacolo e grandi incassi dal saldo occasionale della polizza sanitaria di turno. Un un altro settore chiave che non arricchisce nessuno nell’immediato ma che pone le basi per un futuro prospero, anche economicamente, per il cittadino è di sicuro l’educazione. Ho la fortuna di essere in contatto con diverse università e ho cercato, oltre di occuparmi delle mie ricerche specifiche, di comprendere il funzionamento delle stesse.

 

Sono molto franchi gli americani, ed i docenti sanno bene la differenza culturale che ci separa. Mi hanno spesso anticipato la risposta con secco “it’s really difficult to study here” proseguendo il discorso e focalizzandolo sul fattore economico piuttosto che su quello delle proverbiali difficoltà dei test d’ingresso made in usa. Venticinquemila dollari l’anno, in media, la statale del Massachusetts fino a sessantamila per la famosissima Harvard. Conditi di interessi per la maggior parte che chiede un prestito bancario per poter studiare.
Questa è l’America nella sua essenza più profonda, un continente dove il walfare state è visto dalla larga maggioranza come una maledizione europea da esorcizzare e dove a parlare di equità e redistribuzione si rischia di frequente di provocare reazioni di estremo e grossolano disgusto. Trovo personalmente molto positivo negli intenti (meno nei mezzi) il movimento Occupy Wall Street che sta tentando di dare nuova linfa alla società americana cercando di intercettando una nuova idea di futuro più solidale per questa nazione. Giusto per addizionare il discorso con piccoli esempi e curiosi particolari faccio presente come la procedura di richiesta del visto temporaneo prevedeva fino a pochissimi anni fa la dichiarazione di non essere un comunista pena la revoca del visto stesso. Oggi rimane comunque viva la buffa clausola del terrorista da barrare ovviamente con grande X nella casella dei no.

 

Spostando lo sguardo su quanto di meno tangibile circonda le nostre vite dovremmo essere gelosi custodi della preziosa cultura che dalla Grecia antica ci ha accompagnato finora. La raffinatezza intellettuale europea che si manifesta in tutti i campi dello scibile umano è non solo meta di turismo internazionale ma soprattutto terreno di studio e di ispirazione. Dalle arti ai mestieri artigianali, dalle elaborazioni filosofiche all’architettura, dalla gastronomia alla bellezza della nostre infinite tipicità siamo proprio convinti di dover andare per forza, sempre e comunque, a lezione in America?
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3 thoughts on “Cara Europa ti scrivo, di Filippo Pala

  1. Condivido pienamente. Ho avuto, anch’io, trent’anni fà le stesse impressioni e, seppur in maniera più semplicistica, ho fatto le medesime considerazioni. Ma questi sono gli americani e non si smentiscono mai in supponenza. Anche oggi, con una condizione estremamente diversa da allora, credono nella loro onnipotenza anche quando, di fronte alla immensa crisi socio-politica-economica, che vivono attualmente, esortano l’Europa ad adottare quei provvedimenti che consentano di superare la crisi in essere! Vero ma anche loro, mi pare, abbiano perso la tramontana e non sapiano ne come arginarla ne tantomeno come uscirne! Anche i ricchi piangono! Chi mai l’avrebbe detto!

  2. Io non ci sono mai stato e non l’ho mai vista come la terra promessa se non negli anni ottanta dove l’americanismo reaganiano ci drogava di stelle e strisce…
    Due cose mi son venute in mente:
    L’ “Europa Unita” è figlia del Piano Marshall ( e quindi dell’imperialismo americano), nata , cresciuta e retta ( per poco ancora, secondo me ) da interessi economici molto ambigui in ottica americana; non dimentichiamo le posizioni inglesi ( e quindi americane) in tale ottica sempre oblique. Quello che l’ha unita la sta distruggendo. Ed agli americani questo fa anche comodo…
    Gli Usa invece sono frutto di una stratificazione genetica, sono un grosso contenitore sorretto da un nazionalismo estremo e rigide regole socio-economiche di cui il sistema sanitario è forse l’emblema. “La più grossa democrazia al mondo” non è tanto democratica se filtra in maniera classista la sua classe dirigente, e mi pare evidente da quello che hai riportato.
    Ultima cosa, il welfare state ha una chiara matrice socialista, ideale che in qualsiasi americano provoca pruriti atavici….”speghetto m’hai provocato?? E mò te magno!!” Monicelli l’ha vista lunghissima!!

  3. L’Europa non la si può vedere solo nell’ottica parzialissima dell’Unione monetaria che ora barcollando per via dei sismi finanziari globali…guardiamo agli aspetti culturali e storici che avvicinano, ben prima del piano Marshall, i popoli che la compongono. Parlo appunto dei valori della Rivoluzione Francese che vanno indietro nel tempo fino a lambire la nascita degli Stati Uniti, 200 anni fa. A cavallo fra 700 ed 800 sono sorti due differenti “mondi occidentali”, quello americano e quello europeo, seppur quest’ultimo con diverse sfaccettature. E’ cosa nota.
    L’intento dei padri fondatori della Comunità Europea, post seconda guerra mondiale, era quello di creare un’unione che superasse il mero fine economico. Lo “spirito di Messina” è morto soffocato dal solito Dio denaro e dal vomitevole primato dell’economia ma non per questo dobbiamo rinunciare ad una maggiore coesione fra gli stati europei. Se è vero che ci hanno abituato a pensare all’Europa solo come ad una cartamoneta comune, proprio ora che questa traballa dovremmo rispondere con la consapevolezza della nostre forti radici condivise.
    La Grecia e la Francia siamo tutti noi!!!

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